L'Appennino che attraversa le Marche si sviluppa su quattro pieghe o catene. La prima è quella che fa da confine con l'Umbria, in essa spicca il Monte Catria (m 1701). La seconda catena è quella del San Vicino, che termina con la maestosa quinta dei Monti Sibillini. La terza piega è quella su cui sorgono Cingoli e il Monte Acuto. L'ultima piega corre per lo più sotto l'Adriatico, da essa emerge il Monte Conero, che dà origine ad un promontorio che divide a metà la costa marchigiana.
I fiumi hanno un tipico andamento parallelo e formano quella struttura di valli chiamata "a pettine" che rende particolarmente vari, ma faticosi, gli itinerari in direzione Nord-Sud.
La zona delle colline è perciò caratterizzata da un gran numero di salite che, collegando la valle con le città costruite sulle creste, superano dislivelli di 200-300m. Spesso si tratta di veri e propri muri lunghi 1000-1500m metri con pendenze spesso superiori al 15%, come il Muro di Montelupone, i muri di Offagna, Recanati, Osimo, le varie Boccoline, Roncoline, Badorline e gli altri mille "monti" della Regione... per non parlare di Pitino.
Le salite appenniniche non raggiungono grandi altitudini (solo quattro strade asfaltate superano i 1500m), perciò non presentano grandi dislivelli; di solito sono salite di 7-8 km con dislivelli di 600-700m e pendenze attorno all'8%. Tuttavia spiccano alcune ascese più impegnative, come quelle del Monte Nerone, del Pizzo di Meta, del Catria e del San Vicino, che superano dislivelli di circa 1000m con pendenze sempre impegnative.

lunedì 2 luglio 2012

L'anello della GF dei Sibillini

Il percorso è un classico, suggestivo, lungo,  impegnativo, ma  senza pendenze o dislivelli impossibili.  personalmente, ho iniziato ad andare in bici con l'obbiettivo di portare a termine questo percorso.
 A inchiodarmi in testa quest'idea è stato un racconto che scrisse, nel 1999, Pio Renato Sbaffo dei Senza Fretta.
Era una descrizione del tracciato dell'ottava GF, che, più o meno, è quello che si è sempre corso. Non so se, negli anni Novanta nelle GF avesse davvero meno peso l'agonismo, certo il racconto di Pio è suggestivo proprio perché ne sono protagonisti il paesaggio e l'orografia. Lo ringrazio di avermi spedito questo testo, che per me, ma non solo per me è stato molto significativo


Itinerario ciclabile 1087268 - powered by Bikemap 

Osimo Caldarola, 1999.


Anche quest'anno nella mia agenda ciclistica ho segnato questo appuntamento e per meglio gustarlo ho deciso di arrivare la sera prima ed alloggiare in un albergo con splendida vista sul Lago di Borgiano, meglio conosciuto localmente come lago di Caccamo.
Caldarola rimane a poco più di due chilometri ed è un paesino piccolo, disposto attorno alla via principale, per l'occasione luogo di partenza della granfondo. Avendone la possibilità conviene veramente arrivare il giorno prima e visitare il castello Pallotta che ospita un museo particolare: il museo delle carrozze. Fra l'altro, Caldarola pur rimanendo un po' "appartata", risulta ben collegata alla rete viaria primaria attraverso la Superstrada Civitanova Marche-Tolentino.
Per me la Sibillini ha un valore tutto particolare: è qui che due anni fa ho imparato che arrivare ultimo non è una vergogna, anzi... Nei punti più difficili del percorso ho ricevuto sempre assistenza ed incitamenti dagli addetti ai servizi veramente cortesi e sinceramente partecipi del mio sforzo ciclistico. 
Pur non conquistando nessun trofeo, completare i 145 km sul filo del tempo massimo per me è stata comunque una grandissima soddisfazione. Ed altrettanta soddisfazione l'ho provata l'anno seguente riuscendo comunque a non andare oltre il tempo massimo, nonostante il percorso sensibilmente più lungo. Perchè, bisogna dirlo, la Sibillini non è una passeggiata e quest'anno lo sarà ancora meno con la mazzata finale di Pieve Favera.

Ma andiamo con ordine.
Una cosa veramente simpatica per una granfondo di tanta salita è la partenza in discesa, infatti per arrivare da Caldarola (quota 314) a Belforte del Chienti (quota 290) ci sono 4 km. discesa, salvo una piccola impennata che ti prende un po' in contropiede. Poi si gira a destra sulla vecchia statale che si lascia subito dopo per cominciare a salire verso Camporotondo (quota 335) e di lì proseguire sempre in salita fino a Morichella (quota 465).
E' qui che la macchina dell'andatura controllata si fa da parte ed il flusso ciclistico si divide: chi fa il giro lungo prosegue diritto, chi fa il giro corto gira a destra verso Monastero.
Anche il giro corto è molto bello: l'ho fatto nel 95, ma si arriva solo ai 1000 mt. scarsi scarsi del santuario del Macereto e qui, proprio sul più bello, inizia il velocissimo ritorno verso Caldarola.
Troppo corto, solo 95 km. A me piace molto andare in bicicletta, senza fretta, ma fare strada, perchè una volta arrivato... il piacere finisce! Per questo se posso non rinuncio ai percorsi lunghi.
Ritornando quindi al percorso lungo, si lascia alla spalle Morichella e con quattro pedalate si arriva a Pian di Pieca (quota 467), dove si gira a destra e ci si immette sulla S.S. 78 verso Sarnano. Qualche rettilineo di falsopiano quasi salita, poi le curve si infittiscono e si arriva a Sarnano (quota 539), dal quale si esce in discesa verso Amandola con una secca curva a destra. Prima di arrivare ad Amandola c'è da superare il duro scoglio di Rustici (quota 620).
 Pur se preceduto da un paio di strappetti, tanto per provare la gamba, è sicuramente già qualcosa di seriamente impegnativo. Dopo lo scollinamento ci sono circa 4 chilometri di discesa (attenzione ad una stretta curva a destra!) e si attraversa Amandola (quota 550). L'attraversamento di Amandola è un po' particolare perchè quando vedrete davanti a voi i giardini pubblici ed il cippo commemorativo ai caduti in guerra dovrete fare un stretta "virata" a destra e passare sotto un arco a senso unico alternato, per cui se si è rimasti un po' indietro è bene fare attenzione al via libero della vigilanza urbana.
Si scende e, proseguendo dritti, si lascia la S.S. per puntare verso Montefortino su una strada meno larga, ma poco trafficata ed in costante falsopiano. Qualche curva più ripida, poi lungo la circonvallazione esterna di Montefortino (quota 638) conviene riprender fiato, perchè Montemonaco è ancora distante 9 km. e non ci sarà più neppure un metro di pianura. Arrivarci è la prima vera conquista della giornata, però ben ricompensata: all'ingresso del paese è piazzato il primo ristoro. Mentre ci si abbuffa val veramente la pena dedicare un'occhiata al panorama. Qui da quota 970 si domina una splendida e verdissima valle.
Si riparte ancora in salita, ma dopo una breve curva a sinistra inizia la discesa. Con soli 4 km. si scende a quota 747, va da sé che deve essere per forza una discesa molto ripida. Purtroppo è anche molto stretta. Conviene rallentare adeguatamente e magari anche coprirsi, perchè rimane in ombra e può far freddo più di quanto si immagini. Al bivio si gira a sinistra su una strada che circa 1 km. dopo dovrà essere lasciata, girando a destra in direzione di Balzo. Si risale dolcemente per altri 4 chilometri fino a quota 830 (Monte Termine) e poi si scende per un paio di chilometri. Questa discesa conviene gustarsela a fondo, perchè in realtà è dalla fine di questa che inizia l'attacco a Forca di Presta.
Con poco più di 5 km. si raggiunge Balzo a quota 886 (nell'altimetria viene indicato Montegallo che è il nome di questa zona montuosa, ma dove sia il gallo proprio non lo so), e da lì la salita si impenna ulteriormente per quasi altri 5 km fino Colle Galluccio a quota 1170.
La discesa che segue è una grossa fregatura, infatti spezza il ritmo, raffredda i muscoli e fa perdere ben cento metri di quota faticosamente raggiunti. Infatti, dopo poco più di un chilometro, si deve abbandonare questa strada per deviare un po' a destra ed imboccare così la strada che in 6 km. vi porterà alla conquista della vetta della Gran Fondo: Forca di Presta. Pendenza media quasi 7,4%. Siccome inizia abbastanza dolcemente, potete subito immaginare che avrete a che fare con delle punte attorno al 12-13%. Salendo la sentirete diventare sempre più impegnativa non solo per le gambe, ma soprattutto per la "testa". Infatti, finita la vegetazione, c'è ancora tanta salita da fare (in genere sotto un sole che non perdona) e, passata una serie di curve, è possibile vedere tutta la strada che taglia il fianco del M. Vettoretto e sale sempre più in alto, fino ad uno sperone di roccia, L'obbiettivo sembra così lontano ed irraggiungibile che occorre tirar fuori tutta la determinazione possibile. In compenso spostandosi sul lato sinistro della strada (il traffico è nullo e comunque c'è piena visibilità) si può avere una eccezionale vista sulla vallata sottostante e vedere i paesini impiccolirsi lentamente. La dura rampa dell'infinito rettilineo finale, grazie alla presenza dei fotografi, psicologicamente sembra finire prima; in realtà finisce un po' dopo aver oltrepassato lo sperone, punto di riferimento che vi rimarrà scolpito nella memoria e che testimonia il taglio eseguito per abbassare il piano stradale nel punto di scollinamento. Non dimenticate di ringraziare mentalmente gli esecutori di tale opera che vi hanno evitato una rampa al 18% ed oltre!
Quota 1536.
Anche quassù, come prima a Montegalluccio ed ancor prima a Balzo, troverete un rifornimento d'acqua e sali. Qui troverete anche mele in acqua e limone. Fermatevi un attimo ed approfittatene. Farete la gioia del vostro fisico e dei volontari che con tanta dedizione ed autentico gusto sportivo partecipano all'organizzazione.
Buttatevi tranquilli sulla discesa, ha un fondo stradale ottimo, con lunghi rettilinei e solo un paio di curve poco impegnative e con buona visibilità. Su questo lato può far freddo anche in estate, per cui regolatevi di conseguenza. Anche scendendo veloci riuscirete comunque a cogliere l'incomparabile bellezza del Piano Grande, che sembra risucchiarvi, dove le evidenti tracce della stupenda fioritura delle lenticchie compongono una grandiosa tavolozza dai colori più incredibili. Con un po' più di attenzione potrete vedere, sul fianco brullo della montagna che delimita la pianura, un gruppo di alberi che formano una macchia verde dalla forma molto particolare: l'Italia. 
Raggiunto il tratto pianeggiante, girando a destra ci si immette sulla strada che porta a Castelluccio di Norcia. Siete a quota 1322 e dovrete risalire a quota 1452. La salita è quasi tutta concentrata in un ampio curvone a sinistra, che potrete ben valutare in quanto perfettamente visibile da lontano.
Ricordo che fu su questa dura rampa, resa ancor più dura dal sole a picco, che affiorò alla mia mente la terribile domanda: "Ma chi me lo fa fare?"
Prima di esserne schiacciato e ritirarmi trovai la risposta: "IO!"
Oltrepassata la piazzetta d'ingresso al paese, avrete piena vista sulla vallata e sulla strada che dovrete fare per arrivare a Forca di Gualdo.
Con una velocissima discesa di poco più di 2 km. si scende, infatti, a quota 1374 di Pian Perduto. Non ci sono cartelli ad indicarlo, ma cercate di non perdervi ora che siete arrivati qui. Ci sono altri 2 km. di salita ed anche se li potete vedere tutti sopra di voi, concentratevi sul pensiero che: "E' fatta!"
Raggiunta Forca di Gualdo (quota 1496) si inizia una discesa veramente gratificante e perfetta. E' lunghissima: 10 km. e senza curve significative nei primi 3-4 chilometri. C'è di che rimettersi in sesto per affrontare al meglio, annunciata da una stretta curva a destra, l'incessante susseguirsi di curve, tornanti e tornantini che vi porteranno a Castelsantagelo sul Nera a quota 780.
Qui si pranza. Beh, manca la pastasciutta, ma il ristoro è fornitissimo e ben sistemato in un piazzale delimitato, verso la strada, da un muretto, dove potete anche sedervi. Sicuramente qualcuno dell'organizzazione avrà cura di "servirvi" mentre vi riposate.
Decidere di ripartire è quasi un dispiacere. Ma per fortuna la strade continua a scendere, molto più dolcemente, ma in modo pressochè costante. Lungo questa strada è impossibile non notare le grandissime vasche dei vivai di trote. Se fa caldo può anche capitare di invidiare le trote per la freschissima acqua in cui sguazzano.
Dopo oltre 7 km. si arriva a Visso (quota 607). Attenzione, l'attraversamento dell'abitato non è per nulla lineare. Dopo aver girato a destra fra le case, al primo incrocio si va ancora a destra e poi all'incrocio successivo a sinistra, senza varcare il portale del centro storico. Un circa cento/duecento metri e, proseguendo dritti, ci si immette sulla S.S. 209 della Valnerina in direzione Macerata. Da qui si va su sino al Valico delle Fornaci.
La salita inizia molto gradualmente ed aiuta a riprendere il ritmo dopo tanta discesa. Prima di arrivare alla galleria, si lascia la S.S. e si imbocca, perfettamente raccordata sulla destra di un'ampia curva, una strada secondaria, ma ben asfaltata, che vi porterà a passare sopra la galleria. Questa è la parte più impegnativa, che dà il nome al valico. Infatti, data la quota bassa (solo quota 815 mt.) e la "chiusura" delle montagne circostanti, basta un raggio di sole per trasformare l'ultimo chilometro in una piccola fornace. L'ultima volta, onde evitare che i furbi tagliassero per la galleria, qui era posizionato un posto di controllo.
Appena scollinato, sulla destra si incrocia la strada che viene giù dal Santuario del Macereto ed è qui che il percorso corto si riunisce al percorso lungo (o viceversa?).
A questo punto si può tirare un bel sospiro di sollievo, le vere salite sono finite e i chilometri scorreranno via veloci. All'arrivo ne mancano circa 40.
Buttatevi a tutta, ma quando scorgete il paesetto di Appennino, arroccato su uno spuntone roccioso, rallentate. Se non l'hanno sistemato, il fondo stradale è disastrato e il passaggio fra le case avviene fra due strette curve.
Raggiunta Piè Casavecchia (quota 550) si ritorna sulla S.S. 209. La pace delle tranquille strade di montagna è finita ed il traffico, che avevato dimenticato, tornerà ad infastidirvi. In compenso, nei tratti pianeggianti, può "spezzarvi" l'aria e qui può capitare facilmente di trovare vento contrario.
Pievetorina (quota 475), Bivio Muccia (quota 409). Circa 20 km. all'arrivo. La S.S. 209 finisce a questo bivio. Si gira a destra, sempre verso Macerata.
Continuando a scendere si arriva a quota 377 in località Polverina che dà il nome ad un lago artificiale, che potrete vedere alla vostra destra parzialmente nascosto dalla vegetazione. Ancora 7 km. di strada ben scorrevole, ad esclusione di qualche rampetta tipo cavalcavia, e si arriva a Valcimarra (quota 290). Qui, attenzione, si deve girare a destra fra due case per immettersi in una strada in discesa che, curvando, si infila in un sottopasso e risale molto bruscamente.
E così si arriva alla novità del 1998: il muro di Pieve Favera.
Girando a destra, si lascia alle spalle il lago di Caccamo e ci si arrampica su fino a quota 470. Personalmente non ci sono mai passato, ma i rilevamenti sulle cartine fanno pensare ad una salita di quasi due chilometri con pendenza media attorno al 10% ed un tratto breve, ma terribile, attorno al 18%. Sarà un vero e proprio setaccio che impedirà agli agonisti di arrivare in volata e che potrà definire le posizioni, visto che poi ci saranno più o meno tre chilometri di discesa che non dovrebbero consentire grossi recuperi.
Per quanto mi riguarda, ho già montato la tripla ed ho messo pedali e scarpette da mountan bike, quelle con il sistema di aggancio-sgancio inserito nella suola. Così, nel caso non mi bastasse il 30x24, ho un 43x43 perfettamente efficiente.
Si arriva a Caldarola dal lato opposto a quello di partenza e, sotto lo stricione d'arrivo, il giro si conclude. Forse, insieme alla soddisfazione di avercela fatta, farà capolino il dispiacere di dover aspettare un lunghissimo anno prima di ripeterlo ancora..
Vi ho scoraggiato abbastanza od ho stimolato il vostro desiderio di conquistare anche le vette appenniniche? Tenete conto che queste note sono scritte da un ragionere che inizia a coprire distanze domenicali di max 110-120 verso maggio e solo una volta alla settimane va in ufficio in biciletta coprendo 5 km. pianura e 5 km. di salita.
Vi ho descritto strade che con la mia andatura ho osservato bene, ma solo per due volte, per cui qualche errore può essermi sfuggito, ma niente di essenziale.
Per i più curiosi e amanti delle cifre, allego la mia tabella di marcia dell'anno scorso. Nella realtà sono arrivato più di un quarto d'ora prima, recuperando nella parte finale (grazie agli amici Luigi e Franco di Ortona) un po' del ritardo accusato invece nelle parte più impegnativa.
Beh, che fate? Ci vediamo alla partenza.....