L'Appennino che attraversa le Marche si sviluppa su quattro pieghe o catene. La prima è quella che fa da confine con l'Umbria, in essa spicca il Monte Catria (m 1701). La seconda catena è quella del San Vicino, che termina con la maestosa quinta dei Monti Sibillini. La terza piega è quella su cui sorgono Cingoli e il Monte Acuto. L'ultima piega corre per lo più sotto l'Adriatico, da essa emerge il Monte Conero, che dà origine ad un promontorio che divide a metà la costa marchigiana.
I fiumi hanno un tipico andamento parallelo e formano quella struttura di valli chiamata "a pettine" che rende particolarmente vari, ma faticosi, gli itinerari in direzione Nord-Sud.
La zona delle colline è perciò caratterizzata da un gran numero di salite che, collegando la valle con le città costruite sulle creste, superano dislivelli di 200-300m. Spesso si tratta di veri e propri muri lunghi 1000-1500m metri con pendenze spesso superiori al 15%, come il Muro di Montelupone, i muri di Offagna, Recanati, Osimo, le varie Boccoline, Roncoline, Badorline e gli altri mille "monti" della Regione... per non parlare di Pitino.
Le salite appenniniche non raggiungono grandi altitudini (solo quattro strade asfaltate superano i 1500m), perciò non presentano grandi dislivelli; di solito sono salite di 7-8 km con dislivelli di 600-700m e pendenze attorno all'8%. Tuttavia spiccano alcune ascese più impegnative, come quelle del Monte Nerone, del Pizzo di Meta, del Catria e del San Vicino, che superano dislivelli di circa 1000m con pendenze sempre impegnative.

mercoledì 5 marzo 2014

Tutto il senso dell'Adriatico (da albumciclismo)

Albumciclismo: Tutto il senso dell'Adriatico. di Alessandro Federico 
Ricordo quando nei primi anni novanta guardavo alla televisione le tappe della Tirreno Adriatico. La corsa partiva spesso dal sud, lontano da casa mia e giungeva su quel mare sconosciuto che era l'Adriatico, quasi non fosse stato raggiungibile, per me, che avevo il Tirreno davanti agli occhi ogni mattina. Da subito quella corsa mi appassionò, per la caratteristica che aveva di far arrivare le tappe in cima a strappi cattivi sulla costa Marchigiana. Spesso si passava a Monte Urano, o a Montegranaro; c'era sempre un monte nel nome dei paesi, ed era entusiasmante ogni pomeriggio aspettare la diretta e realizzare chi fosse l'uomo più in forma, quello che poi avrebbe provato lo scatto sul Poggio, a Sanremo, sul mio mare. Allora ero pieno del senso del Tirreno, dei muri in mattoni color ocra, tra le cui fessure sarebbe poi nata la valeriana, più in avanti, dopo la primavera. Mentre sull'altro mare ebbi poi modo di ritrovarmi anni dopo, condotto laggiù dalla vita che m'aveva voluto ben oltre le mie personali colonne d'Ercole. Ci impiegai molto tempo prima di poterlo conoscere, il nuovo mare; ebbe prima da mutare tutta una geografia fisiologica, fatta di tramonti al posto dell'alba e di venti caldi e freddi che provenivano da direzioni opposte rispetto a quelle che conoscevo, prima di riconoscere ed amare profondamente un mare così diverso e di ricavarne un senso. Quello che ognuno porta dentro e che gli consente di riconoscere ciò che ha attorno come casa propria. Così, quella corsa a tappe che avevo sempre visto in televisione, diventò una delle mie prede primaverili in attesa di tornare, il giorno della Sanremo, sul mare di un tempo.