Monte Sibilla un'orribile zeta e una salita che non c'è

Il Monte Sibilla (m. 2143) è anche noto per essere la montagna che ha subito lo sfregio più assurdo e gratuito da parte dell’uomo. Stiamo parlando della costruzione della famosa strada che avrebbe dovuto attraversare la catena dei Sibillini da est ad ovest fino a Frontignano, nel periodo tra il 1966 e il 1971: grazie all'intervento appassionato delle Sezioni di Italia Nostra e del CAI di Ascoli Piceno, il progetto è stato fermato prima del suo totale compimento, anche se gran parte del fianco orientale del monte è stato segnato per sempre da una orribile “zeta”.

Da LA STRADA DELLA SIBILLA di Sergio Barboni | articoli | Curiosità


Start: Collina di Montemonaco
Distance: 12.1 km
Elev. Gain: 1125 m
Avg Grade: 9.3%
Max Grade: 17 %
Min Elev: 980 m
Max Elev: 2105 m
Climb Category: GPM HC


Start: Montefortino
Min Elev: 507 m
Elev. Gain: 1608 m
Distance: 20.4 km
Avg Grade: 7.9%


Sarebbe la salita più lunga, più alta e più difficile delle Marche. Cosi com'è oggi è una pista buona solo per le MTB. 
Il cuore dei Sibillini non si è lasciato violare. Resta la bianca cicatrice della Sibilla oltre a un'invisibile traccia GPS che, senza fare danni, ci restituisce l'idea di un progetto pazzo che voleva trasformare un gomitolo di sentieri nel passo più alto dell'Appennino.


“Non nascondo che questo lavoro realizzato sulla pendice a mezza costa e su terreni calcarei bianchi, è sembrato alla vista del profano come una vera inevitabile ferita; si dimentica però che fra qualche anno questa ferita non sarà più appariscente, a seguito dei lavori di semina e di piantagione lungo le scarpate da parte del Consorzio di Bonifica Montana dell’Aso.”

Invece sono passati 50 anni e la strada è ancora là, e tutti la riconosciamo come un inutile sfregio che deturpa in modo irrimediabile (ma solo per la campata nostra) il pendio della Sibilla.
Il "recupero ambientale con la rinaturalizzazione dell’intero versante non s’è fatto ne si farà mai." Per altro a quelle altitudini non mi sembra che vivano piante che possano rinaturalizzare il fianco di una montagna che è sempre stato a prato dai tempi di Antoine de la Sale. Se poi è vero che sta diventando pericoloso percorrere la strada anche a piedi "perché sta franando in più punti in quanto si colloca esattamente su due frane di scorrimento attive" e - scrive Balboni il "ruscellamento delle acque meteoriche e le erosioni dovute alle valanghe stanno accelerando il dissesto geologico" siamo senza dubbio davanti a un progetto fallimentare.
Che impressione fa leggere gli articoli dei giornali dell'epoca che celebrano la costruzione della strada. Sergio Barboni di Bikers in cresta ne riporta alcuni stralci estratti dal libro “Sibillini, storia di un Parco" di Marcello Nardoni. (Libro acquistabile anche online presso la sezione CAI di Ascoli Piceno)

“Con una emozionante avventura il cronista è giunto ad un chilometro dalla vetta, a bordo di una confortevole Mercedes, sulla scia del potente bulldozer e dell’assordante martello pneumatico che stanno aprendo la strada, infierendo inesorabilmente sui fianchi della misteriosa montagna, accessibile, fino a ieri, soltanto a pochi cacciatori in cerca di selvaggina.”

Fa impressione davvero la "rozzezza intellettuale [...] l’ignoranza sui più elementari principi di idrogeologia e nivologia, nonché dell’assenza di rispetto per la natura e l’ambiente". Ma perché, mi chiedo, questa strada è così universalmente riconosciuta come brutta, assurda e offensiva? Perché lo Stelvio, il San Gottardo, il Colle di Tenda, il Colle dell'Agnello, lo Spluga, il Rombo sono considerati mirabili esempi di ingegneria e la strada della Sibilla è un mostro. Anche solo tentarne una difesa è inutile, è la storia di quarant'anni di abbandono che sentenzia in modo definitivo che si tratta di un progetto sballato. Ma precisamente cosa c'era di tanto sbagliato, che non è stato riconosciuto prima di mobilitare i bulldozer? 
“In una radiosa giornata, con un cielo azzurro, mentre i raggi del sole di questo inesorabile luglio picchiavano sui coraggiosi operai, abbiamo percorso il primo tratto di una strada ampia ed agevole……”
Alla base dell'impresa c'erano analisi economiche discutibili, come i sogni di trasformare i paesi della Sibilla in piccole Cortina:
“La strada della Sibilla è stata realizzata per migliorare la natura della flora, e con essa per intensificare i suoi incomparabili pascoli, per incrementare la produzione di quel formaggio pecorino che per la sua bontà è tanto richiesto soprattutto sul mercato romano…..”
Ma c'è altro; un'infrastruttura può essere inutile, ma non per questo deve essere per forza cosi brutta? Economicamente superati dai tunnel sempre più di base, i passi alpini  spesso chiusi per metà del'anno, sono diventati essi stessi attrazione turistica e motore di un'economia di montagna.
Dobbiamo dedurre che un collegamento diretto tra Visso e Montemonaco non era poi così necessario. Le due città  per secoli avevano trovato modi di farsi la guerra per i pascoli anche senza una strada battuta di 45 km che li collegasse. (adesso, via asfalto, se ne  fanno oltre 65)
O il difetto della strada della Sibilla forse sta nel fatto che che si spinge troppo in alto? I grandi passi alpini citati sopra sono dominati da cime alte altri mille metri, qui con le ruspe sono arrivati fino alla corona della Regina. O è perché il fianco calcareo della montagna ha rigettato lo scavo e ha accelerato un'erosione che ricorda troppo da vicino una ferita infetta?
Non conosco le ragioni che hanno persuaso a lasciare incompiuta l'opera. Può darsi che il tratto di strada mancante, che avrebbe scavato le vette di Vallinfante, Vallelunga e Porche fosse davvero troppo arduo o sfacciato. Sarebbe stato troppo dispendioso, ma tra la fine della strada della Sibilla e la Fonte della Jumenta sopra gli impianti sciistici del Monte Prata ci sono sì e no 6 km, anche meno ne servono per Passo Cattivo che è collegato con Frontignano.
Le pendenze sui sentieri sono notevoli, ma per le MTB non ci sono tanti problemi 





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