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Randonnée delle Sorgenti: una rivelazione tra terra e storia

La Randonnée delle Sorgenti è stata esattamente questo: non una semplice prova di resistenza, ma un viaggio a ritroso verso una genuinità generalmente considerata perduta,

Lorenzo Cardinali


In breve

La prossima Randonnée “La Via delle Sorgenti” si svolgerà domenica 13 settembre 2026.
La partenza e l’arrivo sono previsti a Rocca d’Evandro (CS). 
Il Percorso lungo (ca.200 km per 2300 o 3700 metri di D+, omologato BRI/ARI),  si snoda tra i parchi regionali del Matese e di Roccamonfina, attraversando paesaggi ricchi di Storia (e di acqua).
Punti d’interesse:
  • Sorgenti naturali: Passaggio per Riardo (Ferrarelle) e Pratella (Acqua Lete).
  • Parchi e monti: Il Parco Regionale del Matese e il Parco Regionale di Roccamonfina.
  • Borghi storici: Transito nei pressi di Alife, Gioia Sannitica e Pietramelara 
 Le iscrizioni  sono gestite attraverso il portale ufficiale Audax Italia.

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Nel ciclismo dei grandi numeri e dei watt misurati al millesimo, esiste un mondo parallelo che non cerca il podio, ma il contatto. È il mondo delle randonnée, dove la strada smette di essere una striscia di asfalto da bruciare e diventa un filo che cuce insieme territori, volti e sensazioni nella memoria. La Randonnée delle Sorgenti è stata esattamente questo: non una semplice prova di resistenza, ma un viaggio a ritroso verso una genuinità generalmente considerata perduta, un ricamo tracciato tra l’alto casertano e l’altopiano del Matese.

La partenza

La partenza ha avuto il solito copione agonistico. Allo scattare dell’ora X, i “forti” sono schizzati via. Teste basse, rapporti lunghi, sguardi fissi sul ciclocomputer. In pochi minuti di loro non è rimasta traccia, svaniti oltre la prima curva come se avessero un appuntamento urgente con il cronometro. Ma la vera anima della giornata non era davanti. Era lì, tra chi ha scelto di alzare lo sguardo e lasciarsi stupire da una terra che è stata, prima di noi, dei Sidicini e dei Sanniti e poi dei Longobardi e dei Normanni.

Pedalare in questi luoghi significa infilare perle di storia e di ricchezza naturale in una collana preziosa. Il percorso si è rivelato un’immersione in una natura prepotente, dove l’acqua è il filo conduttore silenzioso. Uno dei momenti più intensi è stato l’incontro con Prata Sannita. Arrivarci è stato come attraversare una fessura nel tempo: un borgo cristallizzato in un’epoca che fu, dove il silenzio delle pietre parla più di mille racconti. Ricordo ancora il “friccicore” improvviso, quel brivido gelato che ti risale lungo le gambe stanche quando ho immerso i piedi nelle acque gelide del Lete. Un contrasto che cancella i chilometri e ti riconnette alla terra.

I ristori sull'altipiano

Ma è sull’altopiano del Matese che il paesaggio ha deciso di giocare il suo asso nella manica. Dopo una lunga ascesa boscosa, davanti agli occhi si è aperta una distesa dominata da una terra di un colore incredibile: un marrone intenso, profondo, quasi commestibile. Terra color cacao. In quel momento, nel silenzio rotto solo dal fruscio della catena, mi sono ritrovato a sorridere da solo, come uno sciocco, pensando a quanto sarebbe stato bello se quella terra avesse davvero il potere di infondere il suo aroma ai frutti che nutre. Ho immaginato, per un istante, una verdura dal retrogusto di cioccolato, una fantasia infantile nata dalla bellezza di un luogo che sembra sospeso fuori dal mondo.

E poi i ristori. Se altrove la standardizzazione ha reso i punti di rifornimento tutti uguali – barrette, gel e bibite zuccherate – qui la Randonnée ha mostrato il suo volto più sincero. Non erano tappe tecniche, ma ambasciate di una civiltà contadina che resiste con orgoglio. Dietro ai tavoli non c’erano steward, ma persone che mettevano nel servire formaggio, dolci e fritti assortiti un impegno commovente. Sapori veri, densi, che sanno di mani che lavorano e di stagioni rispettate. Un’accoglienza che trasformava la fatica in una festa collettiva in particolare a Rocca d’Evandro dove la pro loco del posto si è fatta trovare in costumi d’epoca; passando nel dedalo medievale è stato un lampo che ancora mi emoziona al solo ripensarlo. L’organizzazione ha avuto il merito immenso di far vivere l’evento non come una gara, ma come una celebrazione del territorio.

La discesa dall’altopiano, infilandosi nelle gole rocciose, è stata un’esperienza ai limiti del mistico. Da una parte la roccia nuda che sembra volerti abbracciare, dall’altra il vuoto che si apre su panorami mozzafiato. È stato un esercizio di autocontrollo: il desiderio di fermarsi ogni dieci metri a scattare una foto combatteva con la necessità di tenere gli occhi incollati alla strada, che serpentina e veloce esigeva rispetto (anche perché dopo il passo sommitale il fondo si è rilevato molto ‘sgarrupato’). La bellezza del paesaggio era talmente densa che sembrava quasi di poterla toccare..

Il finale tra i crateri

Il finale è stato un omaggio alla geologia e alla potenza del sottosuolo. L’attraversamento di Teano e l’approdo nell’emiciclo del cratere di Roccamonfina, lì dove la terra bolle e regala acque celebri come la Ferrarelle, ha chiuso il cerchio. Pedalare dentro un vulcano spento, circondati da castagneti secolari, dà la misura della nostra piccolezza rispetto alla natura.

Tornando verso casa, con le gambe pesanti e il cuore leggero, ho avuto l’ennesima conferma che il ciclismo di cui abbiamo bisogno è questo. Non quello che scappa, ma quello che resta. Quello che si sporca della polvere marrone del Matese, che cerca il brivido di una sorgente e che sa ancora meravigliarsi per il colore di un campo. La Randonnée delle Sorgenti non mi ha regalato un tempo da record, ma una certezza: che finché esisteranno strade così e persone capaci di custodirne la storia, ogni colpo di pedale sarà un atto d’amore verso la nostra terra.

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